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C’è stata una rivoluzione e nessuno se ne era accorto!

Nella metropoli balneare, tutta pailletes e lustrini, mollemente adagiata sulla battigia da Milano Marittima a Gabicce, con la vocazione alla totale soddisfazione del pellegrino/turista, a partire dagli scoppiettanti anni 80 prendono vita le discoteche, i club, i bar, che invaderanno la vita notturna nazionale. E’ stato uno scorcio caotico, naturalmente giovanilista, eticamente e moralmente sempre in equilibrio sul limen, il confine del lecito, del consentito, territorio per la ricerca di nuove forme espressive e, contemporaneamente, mezzo per la propagazione di stili, comportamenti e gusti non ancora di moda. Un ‘divertimentificio’ che presupponeva un poderoso impegno immaginifico e organizzativo, risorse umane e vitali ancor più che economiche. Quello comunque era il brodo primoriale, lo stato nascente della cosi detta club ‘culture’ che ha investito più di una generazione.

Pierfrancesco Pacoda c’era (anche se era molto giovane). Lo ha visto succedere. Con Riviera e Club Culture, La scena dance nella metropoli balneare, NdA editore, attraverso una serie di testimonianze raccolte personalmente (fra cui quella del nostro Andrea Carnoli, naturalmente schivo, solitamente reticente, ma che si presta volentieri al racconto orale, specie se opportunamente celebrato) cerca di dare una interpretazione organizzata a quella serie di episodi veloci ed estemporanei, la cui consequenzialità potrebbe sfuggire ad una lettura superficiale. Difficile dire se quel circo di esibizionisti posseduti abbia effettivamente costruito ‘vera cultura’.

Ma che lo stile di vita di importanti percentuali della popolazione giovanile di quegli anni siano state fortemente influenzate da una nuova armonia di suoni, attraverso comportamenti più o meno leciti e ‘valori’ insostenibili per ordinamenti moderati e conservatori .. beh questo è davvero impossibile negarlo. Successe in quegli anni, qualcosa di molto simile all’epopea hippy e rock degli anni 60 e 70, di cui ancora oggi percepiamo le vestigia ma che non possiede più – fortunatamente I suppose – quella forza eversiva che aveva negli anni 50 e 60.E’ difficile ritrovare – anche negli angoli più sperduti del globo – coevi di quegli anni che non abbiano vissuto, conosciuto, sperimentato, almeno parte di quel leggendario fenomeno collettivo della riviera negli anni 80 e 90.

Un’ebrezza, una febbre dionisiaca che si è trasformata in pandemia. Si ballava House dappertutto. Si sperimentavano stati alterati di coscienza indotti da cocktail di musica, alcolici e sostanze ‘psicotrope’. Si esploravano paradisi artificiali ogni week end, per tutta l’estate e 24 ore su 24. Come le Baccanti sul monte Citerione, uomini e donne, giovani e anche ‘meno giovani’ in una promiscuità sessuale, culturale e musicale, totale: sperimentavano una visione del mondo anticonformista, eccessiva e autoriferita come in una perpetua adolescenza ribelle.

Dioniso, con le congiunture favorevoli, emerge improvvisamente, prepotente e arrapato. Rapisce interi popoli e generazioni e le avviluppa nelle spire di una ‘trance’ estatica, manifestandosi con la possessione. In Riviera si celebravano culti e riti apparentemente sempre diversi ma strutturalmente sempre uguali, officiati da DJ e PR in cui la miscela ipnotica di ritmi elettronici e luci stroboscopiche scuoteva i corpi degli adepti per ore e li lasciava esausti, svuotati, consumati, sazi di trasgressione, bisognosi di riposo e poi di ricaricarsi fino alla celebrazione del successivo rito pagano. Tutto ciò accadeva nella Zona Temporaneamente Autonoma della vacanza.

Si sperimentava una realtà diversa da quella di tutti i giorni e la sensazione di avere vissuto esperienze totalmente appaganti. La percezione di essere una comunità di uguali, tutti partecipi persisteva anche oltre le onde potenti del culto. Era un popolo diffuso su tutta la terra, in Germania, Polonia, Svizzera come in India, in Francia e in Olanda, in Spagna e in Inghilterra come in America, in Giappone, in Australia, in Russia come in Cina. E si esprimeva nei club, nei rave, nei party nei boschi e nelle foreste oppure nelle spiagge, in kermesse interminabili o in fantasmagorici festival che proponevano un gran numero di sottili variazioni soddisfacenti per ogni palato, dal più sofisticato al più trucido.

Difficile non perdersi in quel movimento.

Euripide, nelle Baccanti, sostiene, che coloro i quali accolgono il culto di Dioniso e i suoi riti, trovano poi realmente un mezzo per dialogare con il Dio e con la natura, e con il proprio corpo, per il raggiungimento della consapevolezza e di scelte realmente personali e alternative.

Infatti il fenomeno poi si depotenzia negli anni a seguire. Si è trattato di un preludio al cambiamento epocale di questi tempi, di una ribellione, del rifiuto di essere membri passivi della consumer society… della integrazione, della omologazione generalista che da altre parti della società invece regnava sovrana: dei primi sintomi della voglia di comunità e di sostenibilità che oggi è facile, per tutti, desiderare.

Ci sono state molte perdite. Come nelle vere battaglie, questo movimento a metà fra un culto misterico e una battaglia per la crescita, il cambiamento e l’emancipazione ha lasciato sul campo morti e feriti. AIDS e incidenti stradali, overdose e risse… menomazioni, malattie mentali e fisiche. Il prezzo pagato per il cambiamento è stato alto.

Gli episodi di rilievo dell’epoca mitica ora sono diventati materia per il racconto leggendario: memoria di fenomeni trascorsi e digeriti, per alcuni ancora nostalgicamente vivi, sicuramente per altri, opportune retroguardie, prive del sacro fuoco della ‘mania’ anche e ancora economicamente remunerativi. Ma si tratta di una luminescenza residuale, di un riflesso opaco di un ventennio di follia sul quale poco è stato scritto. A parte Pierfrancesco, attento reporter senza reticenze perbeniste.

Italy
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